La Pieve Vecchia di San Vito sul Cesano

10/set/2018
Eleonora Guerra

A San Vito sul Cesano, “giù basso” (ai piedi del piccolo paese), c’è una chiesetta che ama confondersi fra le case e gli alberi, che si lascia intravvedere dalla strada, se venendo da San Lorenzo in Campo, vai verso Pergola. Però se svolti subito a destra e ti inoltri nel borghetto, poco dopo la ritrovi lì, sulla strada che porta al castello di San Vito, antico borgo che domina la collina sovrastante, ed è come se ti stesse aspettando.

Potrebbe sembrarti la solita chiesa di campagna, con i campi tutti intorno, la natura rigogliosa, perfettamente a suo agio nell’avvicendarsi delle stagioni e in totale sintonia con la vita contadina, oggi come allora, ma… se ti concentri e soprattutto ti fermi ad osservare la sua facciata, scoprirai che ha anche una lunga storia millenaria da raccontare.
Benvenuto al cospetto della Pieve Vecchia.

La Pieve di San Vito sul Cesano

Ma partiamo dall’inizio.
Devi sapere che sorge in un luogo abitato fin dalla preistoria, da tribù nomadi e da pastori dell’età della pietra, e Umbri, Etruschi, Celti o Galli Sénoni e infine Romani scelsero queste fertili terre lungo il fiume Cesano, per dimorarvi.

Di sicuro vi era un “vicus” romano, cioè un aggregato di case e terreni, che pur non avendo alcun diritto civile, come ad esempio il “municipium” o la colonia romana, aveva una sua identità e un nome ben preciso, che di solito era legato alle sue particolarità, ai suoi abitanti o ai mestieri che vi si esercitavano. Pur essendo ad un passo dalla fiorente città romana di Suasa, non ne faceva propriamente parte. E sebbene ci siano stati numerosissimi ritrovamenti di manufatti antichi, fondamenta di edifici, cloache, tombe di diverso tipo, resti di acquedotti, monete, vasi ecc. non si è mai trovata iscrizione alcuna che ne rivelasse il nome di questo antichissimo villaggio.

Nel 1642/43 il padre domenicano Vincenzo Cimarelli scrisse nel suo libro “Istorie dello Stato d’Urbino” di aver visitato i ruderi di questo centro ma di non aver trovato indizi o iscrizioni che potessero dare un nome a questo “misterioso” villaggio, e lo identificò erroneamente con Tufico, già indicato dal cartografo Tolomeo che in realtà si trova nei pressi di Albacina nel fabrianese.

Successivamente Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) nelle sue pubblicazioni di antiche iscrizioni da lui reperite, ne riporta anche una proveniente da “in castello S. Viti Ducatus Urbinatis tribus millibus passuum a Pergula in Plebe veteri”. Tale epigrafe risale al quarto secolo dopo Cristo, ed è dedicata a due fratelli cristiani, M. Valerius Florentis e M. Valerius Herodius, e ne riporta le cariche da loro ricoperte. Ma anche in questo caso non è indicato il nome del luogo in cui fu innalzato né è stata individuata, per mancanza di scavi sistematici, la necropoli di appartenenza. Il Muratori, escludendo in ogni caso la sua appartenenza a Suasa, afferma al contrario che provenga da una necropoli adiacente alla Pieve e contigua alle macerie oggetto di studio del Cimarelli. Il monumento epigrafico è ora conservato presso la Galleria Nazionale in Urbino.
Il mistero del nome rimane quindi senza soluzione!!

Nel 410 d.c. le orde barbariche di Alarico, re dei Goti invasero la vallata e distrussero Suasa e ai centri minori toccò in sorte rapine e saccheggi. Pur non conoscendo con esattezza quando il villaggio fu distrutto o abbandonato, per la sua facile vulnerabilità, sappiamo però che ad un certo punto la popolazione si stabilì sul cosiddetto castello, in posizione strategica, con visuale sull’intera vallata e sicuramente più facile da difendere. Lì sopravvissero gli abitanti di questo nostro misterioso villaggio e prosperarono fino ai giorni nostri.

Ma riscendiamo la collina.
La chiesa, chiamata familiarmente e semplicemente Pieve, dà il nome a tutta la località circostante, e anche se ha perso gli antichi fasti delle origini, conserva ancora il suo fascino. La prima menzione scritta, seppur indiretta, risale all’anno 945 d.c. in cui viene definita “cenobio”, cioè comunità di religiosi, e risulta dagli “Annales Camaldulenses Ordinis Sancti Benedicti” all’interno dei possedimenti del monastero di S. Apollinare in Classe, di Ravenna. Anche nel 1037, nel diploma dell’imperatore Corrado II si fa espressamente riferimento ai possedimenti di San Vito da parte dei monaci ravennati. Quindi, di fatto, sappiamo che la chiesa, intitolata a S. Vito, faceva parte di un complesso monastico.

Ai giorni nostri è rimasta solo la chiesa, a navata unica, e quella che doveva essere la canonica, attualmente trasformata in abitazione privata, e guardandola non si direbbe che in origine lo stile fosse il romanico, tanto più che nel corso dei secoli ha subito chissà quali e quante trasformazioni. Di sicuro non è passata illesa attraverso le numerose guerre e distruzioni che hanno interessato la nostra Valle del Cesano, per non parlare dei frequenti terremoti. Le cronache riportano che il 3 giugno del 1781, a causa del terremoto, appunto, crollò il soffitto. Così come la vediamo ora è il frutto della ricostruzione fatta nell’800.

Il tetto della Pieve

Chiesa a navata unica

Ma degli antichi fasti ne troviamo traccia nelle 19 “formelle”, frammenti decorativi, risalenti a diverse epoche e fasi costruttive, poste nella facciata e disposte in maniera armonica e simmetrica rispetto alla porta d’ingresso. Quattro lastre sono già state rubate e ne rimane solo l’incasso nel muro, tutte le altre, si stanno rapidamente deteriorando poiché realizzate quasi totalmente in arenaria grigia.

Queste lastre di pietra sono decorate sia con motivi vegetali, come i tralci di acanto, sia con animali fantastici, caratteristici del repertorio romanico, databili fra l’VIII e il IX secolo, alcune realizzate dalla stessa mano che decorò la Basilica di San Lorenzo in Campo e la chiesa di San Sebastiano a Bellocchi di Fano.

Formella in arenaria

Formella in arenaria

Personalmente quando passo di lì non posso fare a meno di fermarmi ad osservare e rimirare queste decorazioni e soprattutto a fantasticare sul significato simbolico di quegli animali 'favolosi': draghi, grifoni, basilischi, serpenti, sirene bicaudate (cioè con la doppia coda), che in questo caso rappresentano il potere del male, tutti raffigurati con una sorta di collare, a significare che le forze del male sono comunque assoggettate e tenute a freno dalla razionalità e dal potere del bene.

Una delle Formelle raffiguranti animali fantastici

Una delle Formelle raffiguranti animali favolosi

Quando infine si varca la soglia del portale e si entra nella Pieve, ci si sente come a casa perché è un luogo accogliente nella sua semplicità e si percepisce una gran pace che predispone alla preghiera e alla riflessione. Ti parla di fatiche quotidiane nei campi, di speranza e fede incrollabile, di devozione soprattutto. E dinanzi all’immagine della Madonna Addolorata, ci si sente più vicini a Maria, che tutto conosce e comprende e finalmente liberi di confidarle le nostre afflizioni.

Vista della Pieve Vecchia di San Vito

 

Il quadro dell’”Addolorata”, oggetto di culto e simbolo della Pieve, raffigura, infatti, Maria Addolorata, assorta in contemplazione dei simboli della passione di suo figlio, il Cristo, raffigurati nella parte bassa della tela: la corona di spine, la punta della lancia insanguinata, e un calice con tre enormi chiodi. La suggestiva scritta “Non vi si pensa quanto sangue costa” completa l’insieme. Questa particolare iconografia ha un’origine spagnola ed è molto diffusa in tutta Italia. Probabilmente questa copia è del 1800 e il suo autore rimane sconosciuto.

 

L'altare e la Madonna dell'Addolorata. Gli interni della Chiesa.

Madonna dell'Addolorata

 

FESTA DELLA MADONNA ADDOLORATA, 16 SETTEMBRE

La chiesa della Pieve è un luogo legato alla mia infanzia, quando per mano a nonna Anita o alla mia mamma, vi andavo a messa, per la festa della Madonna Addolorata, che si svolge da tempo immemorabile, sempre la terza domenica di Settembre. Quando le campane erano ancora suonate a mano da un signore che si arrampicava fin sul campanile e a cavalcioni di una tavola di legno batteva con forza e ritmo il batacchio nella campana.

Ricordo ancora il “suono” inconfondibile di quei rintocchi festosi e col naso all’insù fremevo pensando a quel tipo temerario, in equilibrio su quella scala rudimentale. La festa della Madonna Addolorata è una festa dal sapore antico e genuino, molto partecipata e sentita, dove l’immagine dell’“Addolorata” viene portata in processione per le strade del rione circostante.

La scalinata del Campanile.

Scala per salire a suonare la campana

E’ organizzata dall’antichissima Confraternita di Maria Santissima Addolorata della Pieve Vecchia che si prende cura amorevolmente di questa chiesetta e che, oltre alle opere di beneficienza, s’impegna a tramandare la devozione alla Madonna Addolorata.

Festa della Madonna Addolorata, la chiesa illuminata a festa

Festa della Madonna Addolorata

Come vedete tutta la Valle del Cesano è disseminata di deliziosi tesori, tutti da scoprire e da vivere, e se vi ho messo un po’ di curiosità su questa antica chiesa, non aggiungo altro e vi invito a visitarla, magari proprio il 16 Settembre, quando si svolgerà la principale festa a lei dedicata.

 

 

Vorrei invece ringraziare don Luca Santini, per la collaborazione, Giuseppe Torcellini, Domenico Petrolati, Mauro Piermarioli e Gabriella Righi, della Confraternita di Maria Santissima Addolorata, che sono stati disponibilissimi con me e mi hanno fornito tutto il materiale per questa mia ricerca. Un grazie di cuore anche al dott. Guido Ugolini, responsabile scientifico per i Beni Culturali Diocesi, per le sue interessantissime dritte. E ancora grazie all’Ufficio Diocesano per l’Arte Sacra ed i Beni Culturali che mi ha concesso il permesso di fotografare gli interni della Pieve Vecchia.


Fonti scritte:
Materiale vario di Sandro Sebastianelli
Edifici di culto cristiano nella Valle del Cesano” di Giuseppe Lepore University Press Bologna
Statuto e convenzione tra Parroco e Confraternita” della Confraternita di Maria Santissima Addolorata.